Una psicologa dello sviluppo propone un asilo per cuccioli di robot curiosi

Una psicologa dello sviluppo propone un asilo per cuccioli di robot curiosi
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I robot hanno al loro interno una AI (Artificial Intelligence) che non "nasce imparata", come si suol dire. Va allenata e istruita, attraverso un sistema di tentativi ed errori molto simile a quello svolto dai cuccioli di esseri umani. Sbagliano e imparano, sbagliano meglio. Semi-cit.

Alison gopnik, psicologa dello sviluppo e professoressa di psicologia presso la University of California, Berkeley, pensa che dovremmo lasciare che i robot dotati di intelligenza artificiale (come quella sviluppata da Elon Musk) imparino esattamente come fanno i neonati e i più piccoli, in veri e propri "centri diurni" supervisionati. Degli asili per robot. Afferma, in un'intervista a Wired: "Quello di cui avete bisogno è una sorta di piccolo, impotente, non molto forte robot che non è in grado rompere le cose, e che in realtà è stato curato da qualcun altro. E questo si trasforma in un sistema in grado di uscire effettivamente nel mondo e fare delle cose".

Oggi, i ricercatori hanno diversi metodi per insegnare a un robot dotato di intelligenza artificiale come fare qualcosa di nuovo. In alcuni casi, insegnano al robot il compito scomponendolo in piccoli passaggi, per allenare il robot passo passo; in altri casi, creano un ambiente in cui il robot può provare molte cose diverse, per poi ricevere una ricompensa se e quando riesce a raggiungere un obiettivo. Posto che il robot abbia prima imparato a riconoscere la "ricompensa" come tale.

Ma secondo Gopnik, questi metodi potrebbero far sì che un robot impari a svolgere un compito specifico in un modo specifico, senza instillare il tipo di curiosità che permetterebbe allo stesso robot di adattarsi alle nuove sfide. Certo potremmo dibattere a lungo su quanto un robot, al giorno d'oggi, sia davvero in grado di provare curiosità, se non sia piuttosto una proiezione (assolutamente comprensibile) di sentimenti umani su esseri inanimati. Come avviene spesso e volentieri anche nei confronti degli animali, dove immaginiamo sentimenti e una consapevolezza che il loro cervello non è assolutamente in grado di elaborare.

Ma, andando avanti, secondo la Gopnik, un metodo migliore potrebbe essere quello di creare ambienti dove i robot possono giocare in sicurezza e vedere dove la loro "curiosità" li porta, proprio come i centri diurni dove i cuccioli di umano imparano a navigare nel mondo. Aggiunge, infine: "Può darsi che ciò di cui abbiamo davvero bisogno siano robot che hanno l'infanzia". Che è un'idea carina, alla fine, ma forse un po' lontana da ciò che un'intelligenza artificiale è oggi. Pochi compiti, chiari, linee tracciate. Nessuna fantasia, nessuna curiosità. Ma chissà, potrà essere un manifesto per una "psicologia robot" del futuro. Secondo un "esperto", infatti, i robot potranno avere una loro personalità a partire dal 2069. Segnatevi la data.

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