Quali saranno i lavori distrutti da robot e intelligenze artificiali? Il MIT dice la sua

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Il MIT ha cercato di fare chiarezza riportando diciannove studi sull'impatto di robot e intelligenze artificiali nel mercato del lavoro. Ecco cosa dicono alcuni dei più importanti esperti a livello mondiale.

Che fatica capirci qualcosa sul futuro del mercato del lavoro. AI e robot sono la nuova preoccupazione di mezzo mondo, tra chi pensa che alla peggio i camionisti dovranno trovarsi un nuovo lavoro e chi, ben più drastico, crede che l'umanità sarà dominata da intelligenze artificiali ultra intelligenti.

Sta di fatto che già oggi vediamo i primi frutti dei rudimentali (si fa per dire) software basati su machine learning, tra robot che si improvvisano autori di bestseller (e portano avanti Harry Potter e Game of Thrones da soli) ma anche compositori di musica pop e Death Metal.

Nel frattempo qualcuno mette in guardia i più ottimisti: avete studiato? Significa poco o niente, i lavori più gettonati dai bot saranno proprio quelli dei colletti bianchi –raccontava un report di Greenwich Associate– e quindi no, il vostro master in finanza alla Bocconi non vi salverà dall'automatizzazione del mondo del lavoro.

In tutto questo marasma il MIT ha provato a fare chiarezza, riportando 19 studi scientifici che cercano di immaginare gli effetti delle nuove tecnologie sul mondo del lavoro. L'ironia, come sottolinea Futurism.com, è che non ce ne sono due che raggiungono le stesse conclusioni, a prova di come sia tutto incerto e fumoso.

Ad esempio Gartner sostiene che i lavori "divorati" dalle AI saranno 1.8 milioni entro il 2020 a livello mondiale. Forrester nel suo report arriva a conclusioni diverse, ipotizzando 13.8 milioni di lavori solamente negli Stati Uniti. Tuttavia, in questa gara al rialzo vince Thomas Frey che parla di due miliardi di posti di lavoro nelle salde mani dei robot entro il 2030.

Futurism.com ha anche intervistato alcuni esperti del settore tra cui Edward D. Hesse, professore di business administration dell'Università della Virginia, che ha stilato una lista dei lavori che verosimilmente non saranno più di tanto colpiti dal processo di automatizzazione. Si parla di tutti quelli che richiedono una creatività non lineare –che Hesse chiama higher order thinking job– ma anche di quelli che richiedono una forte intelligenza emotiva e i mestieri in cui si richiede la capacità di risolvere problemi di estrema complessità in tempo reale.

Chi deve accendere un cero scongiurando il peggio (anche se la loro sorte pare già scritta) sono i lavoratori che compiono incarichi ripetitivi e meccanici, dove non è richiesta una grande dose di creatività e pensiero critico. I campi a rischio, per il professore, sarebbero il settore agricolo, gestione e cucina nei fastfood o nelle tavole calde, customer service, consulenza manageriale, investimenti, finanza, ma anche il settore assicurativo, l'educazione superiore e l'architettura. Entrando ancora più nello specifico, Hesse parla di guardie di sicurezza, autotrasportatori impegnati sulle tratte più lunghe, lavoratori edili, paralegali, radiologi e tutte le professioni nella sfera amministrativa.

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