Lo scioglimento del permafrost potrebbe liberare molta più anidride carbonica del previsto

Lo scioglimento del permafrost potrebbe liberare molta più anidride carbonica del previsto
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L'innalzamento delle temperature sta mettendo a dura prova la resistenza del "permafrost", uno strato di terreno perennemente congelato tipico delle regioni polari. È risaputo che il suo scioglimento potrebbe portare ad una grande fuoriuscita di CO2, e gli scienziati temono di aver sottostimato tale effetto.

Genera preoccupazione non solo il fatto che ormai il permafrost stia iniziando a cedere, evidenziando ancora una volta i gravi problemi che il surriscaldamento globale sta creando, ma vi è anche il fattore "sacche di CO2" da tenere a bada: se liberate nell'atmosfera, potrebbero dimostrarsi un vero e proprio cataclisma per il nostro pianeta.

Nei vari strati di permafrost - che copre circa il 20-24% delle terre emerse settentrionali - si annidano grandi quantità di carbonio e ossigeno, molto probabilmente legate in molecole di anidride carbonica. Gli scienziati sono consapevoli che più viene a mancare il permafrost e più questa nuova CO2 viene immessa nell'aria, ma fin ad ora sembra non avessero ben chiaro che in realtà si sta parlando di una concentrazione quattro volte superiore a tutta l'anidride carbonica prodotta dall'Uomo nell'era moderna.

Questi nuovi terrificanti valori, pubblicati nella recente ricerca su Nature Communications, rendono esplicita anche la correlazione tra l'aumento di CO2 nel permafrost e l'attività microbica del sottosuolo: gli scienziati ritengono che vi siano alcuni batteri nel terreno che stanno minando l'attività del Ferro di poter legare l'anidride carbonica. Se questo legame continuerà ad essere intaccato, le quantità di CO2 rilasciato dal permafrost saranno incredibilmente maggiori rispetto a quanto immaginato anche negli scenari peggiori.

A tal fine, un team internazionale di ricercatori ha raccolto vari campioni di terreno nella palude Stordalen di Abisko, in Svezia. Quello che hanno scoperto è stato scoraggiante: quando questi microbi del suolo si nutrono, rompono i legami tra carbonio e ferro, rilasciando il gas serra nell'atmosfera.

"Il suolo congelato ha un alto contenuto di ossigeno, che mantiene stabili i minerali di ferro e consente al carbonio di legarsi ad essi", spiega Carsten W. Müller, studioso di materia organica del suolo presso l'Università di Copenhagen. "Non appena il ghiaccio si scioglie e si trasforma in acqua, i livelli di ossigeno diminuiscono e il ferro diventa instabile. Allo stesso tempo, il ghiaccio sciolto consente l'accesso a sempre più batteri. Nel complesso, questo è ciò che rilascia carbonio immagazzinato come CO2. Ciò significa che abbiamo una nuova grande fonte di emissioni a cui non avevamo pensato, e che deve essere inclusa nei modelli climatici ed esaminata più da vicino".

Questa ricerca è di vitale importanza, perché inizia a interessarsi ai modi esatti in cui il Ferro influisce sul permafrost artico, una materia fin ad ora poco approfondita. Anche se si presuppone i minerali siano importante per lo stoccaggio del carbonio, non è chiaro come questo processo risponderà al rapido disgelo del permafrost e alle mutevoli condizioni del suolo.

I futuri studi si concentreranno anche su questo aspetto, ma è chiaro che le insidie del permafrost e del sottosuolo sono davvero terrificanti.

Rimanendo in tema, vi ricordiamo che anche per l'innalzamento del livello dei mari, i modelli climatici odierni hanno sottostimato il futuro.

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