Dalla scoperta del vaccino contro il vaiolo ai movimenti no-vax: cos'è successo?

Dalla scoperta del vaccino contro il vaiolo ai movimenti no-vax: cos'è successo?
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Spesso molte persone danno per scontato il valore dei vaccini e altri, al contrario, credono che possano essere armi di distruzione di massa. L'opinione che oggi abbiamo è solo una naturale conseguenza di quello che sono stati decenni di ricerche e di come la politica le ha usate a proprio favore.

Il tasso demografico mondiale, fino al XVIII secolo, è sempre stato fortemente legato alle malattie. La maggioranza della popolazione non riusciva a raggiungere un'età avanzata, come quella che potremmo immaginare noi oggi, per via di patologie come il vaiolo.

Tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, questo in particolare, in seguito ai continui conflitti seguiti dopo la Rivoluzione francese e il peggioramento delle condizioni di vita nei centri urbani, ebbe una crescita esponenziale in Europa. Per dare un'idea: una persona su sei moriva.

Nel vano tentativo di salvare le persone, si eseguiva la variolizzazione, un particolare metodo che prevedeva l'inoculare del materiale prelevato dalle lesioni vaiolose dei pazienti non gravi nell'ammalato.

Lo stesso Edward Jenner, creatore del primo vaccino della storia umana, venne sottoposto a questa cura da ragazzo e dovette, successivamente, affrontare una serie di infezioni che indebolirono il suo corpo.

Il medico britannico, nel 1801, pubblicò il suo studio, intitolato "Le origini della vaccinazione", dove proponeva di iniettare il virus del vaiolo del bestiame, un ceppo particolare che andava a colpire le mucche e gli allevatori di bovini. Questa sua conclusione si basava non solo su sperimentazioni eseguite sulla sua stessa famiglia anche da casi che gli erano stati presentati, in particolare quello del giovane Philipps.

Nel 1796, il ragazzo, figlio di allevatori, aveva ricevuto sul braccio un'iniezione di pus contenuto nella pustola di una donna che era stata colpita dal vaiolo del bestiame. Dopo essersi ripreso dalla malattia, Philipps riuscì a sopravvivere anche quando gli venne iniettata una piccola dose del ceppo più comune e mortale del vaiolo, il "smallpox".

Quando la tesi di Jenner venne pubblicata, la Royal Society inglese la rifiutò perché troppo rivoluzionaria. Di risposta, l'uomo pubblicò un'inchiesta per ribadire la sua posizione. Fu proprio in questo documento che venne utilizzata per la prima volta la parola "virus".

Dopo la pubblicazione, la vaccinazione jenneriana cominciò ad essere utilizzata nei casi più gravi e, lentamente, si espanse in tutto il globo con grande successo.

La professoressa Mary Fissell, della John Hopkins University, ha portato un esempio per chiarire quanto importante fosse diventata la figura di Jenner. Secondo alcune testimonianze, il medico chiese direttamente a Napoleone di rilasciare alcuni soldati inglesi presi durante le guerre napoleoniche. L'imperatore, conoscendo la fama dell'uomo, rispose: "Quest'uomo non riceverà mai una risposta negativa alle sue richieste".

Oggi, in un periodo così delicato, le nostre speranze sono molto simili agli uomini del Settecento: ci auguriamo continuamente che prima o poi arrivi una cura, che arrivi un vaccino. Non tutti, però.

Negli ultimi anni molti movimenti "no-vax" hanno alzato la propria voce attraverso l'uso dei social media e si sono riuniti, più volte, in grandi marcie nelle piazze proponendo posizioni più volte contestate dall'intera comunità scientifica.

Secondo la professoressa Fissell, questo fenomeno non è giovane. Quando, nel XIX secolo, gli nazioni cominciarono a mettere l'obbligo vaccinazione, molti individui, soprattutto delle classi operaie inglesi, cominciarono ad opporsi. Non accettavano l'idea che lo stato governasse anche sulle scelte che riguardavano la propria sfera privata. Effettivamente, questo pensiero non suona per niente estraneo.

FONTE: BBC Extra
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