Dopo secoli uno dei primi dispersi nell'Artico è stato finalmente identificato

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Era il 9 luglio del 1845 quando un certo John Gregory, partecipante ad una delle prime spedizioni verso l'Artico, scrisse il suo ultimo messaggio alla famiglia e al mondo. Dopo quella data nessuno è mai venuto a conoscenza su quale sia stato il destino di questo viaggiatore...fino ad oggi - grazie alle analisi del DNA di alcune particolari ossa.

La spedizione Franklin, guidata dal capitano Sir John Franklin, è notoriamente conosciuta nella storia dell'esplorazione per due fattori: l'essere stata una delle prime missioni in assoluto verso l'Artico canadese e la sua tragicità.

129 furono le vittime, tra semplici membri dell'equipaggio ed ufficiali, e tutti perirono lentamente tra il desolato ambiente artico.

Le navi HMS Erebus e HMS Terror salparono dalle coste inglesi nel maggio del 1845, ma nel giro di un anno, nel settembre del 1846, entrambe rimasero bloccate tra gli immensi ghiacciai che caratterizzavano lo stretto di Vittoria, nei pressi dell'Isola di Re Guglielmo - nell'Artico canadese.

Alcuni membri morirono sulle navi stesse, mentre altri 105 preferirono abbandonarle e, con le provviste giuste, cercarono di sopravvivere in mezzo al nulla. L'ultima testimonianza che abbiamo dei sopravvissuti risale al 25 aprile del 1848, quando qualcuno decise di scrivere su una pietra le ultime volontà delle persone rimaste, tra cui quella di recarsi verso il sud nel vano tentativo di tornare a casa. Tragicamente, nessuno sopravvisse da quel momento in poi.

Fra questi uomini vi era anche John Gregory, la persona prima citata, i cui resti vennero trovati nella Baia di Erebus, nell'isola di Re Guglielmo. Da questi, sono stati presi dei campioni e da essi sono stati estratti dei frammenti di DNA, conservati fino ad oggi nella speranza, un giorno, di poterli confrontare con quelli dei suoi possibili discendenti.

Risalendo al suo nome tra i tanti, la famiglia legata ancora a Gregory è stata identificato e ha offerto volontariamente parte del proprio DNA. In pochi giorni, è stato subito possibile confermare l'identità dell'uomo e alcune dinamiche che prima erano incerte.

Per esempio, con queste analisi, pubblicate nella rivista scientifica "Polar Record", si è confermato che l'esploratore fosse entrato a far parte di quel gruppo di 105 persone che riuscirono a sopravvivere tre anni prima di muoversi verso il meridione dell'Artide. Morì a 47 anni, probabilmente per una delle principali cause di morte che colpirono i dispersi in quei lunghi anni: varie malattie (tubercolosi, polmonite, etc...), ipotermia, fame o l'avvelenamento da piombo - causato dalle saldature difettose del cibo in scatola.

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