Studio sulla fecondazione in vitro conferma: "se volete un figlio, iniziate quanto prima"

Studio sulla fecondazione in vitro conferma: 'se volete un figlio, iniziate quanto prima'
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Le basi del concepimento sono le solite: uno dei corridori della “gara dell’esistenza”, lo spermatozoo, raggiunge e feconda l’ovocita. Tutto il resto è storia (e sviluppo embrionale). Al giorno d’oggi, molte coppie si affidano alla fecondazione assistita e, secondo un recente studio, l’età è un fattore di successo decisivo per il concepimento.

Il concepimento sta riscontrando sempre maggiori criticità, come teorizzato dalla dottoressa Shanna H. Swan, la quale affermò che la maggior parte delle coppie nel 2045 potrebbero aver necessità della riproduzione assistita.

Un team di ricerca australiano ha individuato una serie di fattori determinanti per il successo delle procedure di fecondazione in vitro. Come emerso dai dati, non solo la maggior parte delle persone che sfrutta questa procedura di concepimento necessita di più di un ciclo di IVF, per aumentare le percentuali di successo, ma la buona riuscita della procedura è legata alla giovane età.

Le donne che avviano la procedura all’età di 40 anni hanno appena il 13% di successo dopo un solo ciclo. Per quanto riguarda donne che hanno iniziato i trattamenti tra i 30 e i 35 anni, vedono salire vertiginosamente le probabilità di successo ad oltre il 40%. Ciò permette di constatare l’aumento di efficacia delle procedure per il concepimento artificiale, ma fornisce un’importante indicazione sull’importanza giocata dall’età. Aumentando i cicli dei trattamenti, le donne tra i 30 e i 35 anni hanno presentato un tasso di successo del 60%, mentre per le quarantenni, seppur incrementato, si attestava sul 25%.

I dati ottenuti dai ricercatori mostrano l’importanza cruciale dell’età, in quanto fattore determinante per il successo delle procedure IVF. Le persone tendono a sottovalutare questo fattore, poiché abbagliate dalle innovazioni tecniche e dai tassi di successo nel concepimento ottenuti negli ultimi anni.

Karin Hammarberg, ricercatrice della Monash University, afferma che i nuovi dati mostrano che queste procedure non devono essere considerate strumenti certi di concepimento. Le persone che desiderano un bambino, infatti, dovrebbero provare il prima possibile, suggerisce la ricercatrice.

Un canonico ciclo di fecondazione in vitro stimola le ovaie a produrre ovuli. In seguito questi vengono prelevati e sottoposti a procedura di fecondazione in vitro con lo scopo di fondere i gameti ed instaurare meccanismi di sviluppo che porteranno alla formazione di embrioni. Questi ultimi, in seguito, saranno trasferiti nell’utero per la gestazione. Ma nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza Anne Mclaren la madre della fecondazione in vitro.

Una discriminante negativa risulta essere la tendenza dei medici a concentrarsi solo sulla fertilità femminile, senza valutare attentamente lo stato di salute e l’età del partner maschile. Secondo i dati, infatti, le possibilità di successo per gli esponenti maschili di avere un figlio con la fecondazione in vitro diminuiscono del 4% all’anno. Questo declino ha inizio intorno ai 40 anni e a 45, un uomo mantiene circa un quinto delle sue potenzialità di concepimento.

"È importante che sia gli uomini che le donne siano consapevoli dell'impatto che l'età ha sulla fertilità e che la fecondazione in vitro non può superare completamente l'infertilità a causa dell'avanzare dell'età" dichiara Luk Rombauts della Monash University.

È necessario considerare, inoltre, che i dati ottenuti sono relativi alla società australiana e vanno attentamente contestualizzati alle dinamiche globali. Studi precedenti, infatti, suggerirono un picco dei tassi di natalità per le procedure di fecondazione in vitro nel 2001 per poi stabilizzarsi e decrescere a livello mondiale.

Questo fenomeno, secondo il ginecologo Norbert Gleicher della Rockefeller University, sarebbe ascrivibile ad una commistione di concause, tra cui gli alti costi delle procedure, l’utilizzo di trattamenti concomitanti alle terapie, non del tutto avvalorati scientificamente, e il calo dei tassi di successo, oltre ad una mancanza di trasparenza di molte cliniche su questi ultimi.

"Come suggerisce l'esperienza australiana, la delusione delle aspettative sui risultati negli ultimi anni può portare a prezzi più alti, risultati clinici peggiori e una diminuzione della soddisfazione del paziente" conclude Gleicher.

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