Svelati alcuni misteri su un antico rettile del Triassico dal collo lungo

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Grazie ad alcuni sofisticati studi è stato possibile fare luce su una specie di rettile del Triassico dal caratteristico collo lungo e dal muso somigliante a quello di un coccodrillo.

Sin da quando questo rettile è stato scoperto nel 1852 gli scienziati si sono fatti molte domande su questo animale dalle caratteristiche alquanto particolari. Ma andiamo con ordine. Stiamo parlando del Tanystropheus, un antico rettile vissuto nel periodo del Triassico. Questo animale era lungo, dalla punta del muso fino alla punta della coda, ben 5 metri. Circa un terzo della sua lunghezza era rappresentato dalla coda, il corpo solo per un quarto e il restante dal lunghissimo collo di oltre due metri. E la caratteristica di questo animale era proprio il collo lungo come quello di una giraffa. Il volto dell’animale era simile a quello di un coccodrillo, allungato e schiacciato ed aveva un corpo molto stretto in confronto alla coda e al collo.

Quando fu scoperto, gli scienziati hanno pensato che le ossa del collo fossero in realtà parti dello scheletro delle ali di uno pterosauro. Ma questo non è stato l’unico fraintendimento riguardo a questo rettile. Ci si è chiesto anche come mai questa specie si sia evoluta in questa maniera, con un collo così lungo e se viveva prevalentemente in ambiente acquatico, oppure se gironzolava per la terraferma. Ma sicuramente uno dei quesiti più misteriosi riguardo a questo rettile riguarda il fatto che i paleontologi hanno trovato degli scheletri molto più piccoli. La domanda è sorta spontanea: sono due specie differenti oppure gli scheletri più piccoli appartengono a dei cuccioli?

Utilizzando tecniche di tomografia gli scienziati hanno osservato le ossa e, più o meno come si fa con gli alberi di cui si contano i cerchi di accrescimento, hanno scoperto che gli scheletri più piccoli appartenevano ad individui adulti che, però, erano di piccole dimensioni. Si trattava dunque di specie differenti che sono state rinominate come T. hydroides la specie più grande, T. longobardicus la specie più piccola. Da queste scansioni sono emersi però altri particolari come, per esempio, che le vertebre cervicali erano allungate, come nel collo delle giraffe, e che le narici erano in alto sul cranio come nei moderni coccodrilli.

Da questo si è scoperto come l’animale dovesse vivere in ambiente acquatico, con le narici che fuoriuscivano dal pelo dell’acqua per respirare mentre attendeva la sua preda, proprio come fanno i coccodrilli. Le specie di dimensioni minori e quelle più grandi, pur condividendo lo stesso ambiente, non erano in competizione perché ogni specie si nutriva di prede diverse, piccoli gamberetti per la più piccola, prede più grandi come pesci e calamari. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Current Biology.

Credit immagini: Spiekman et al.

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