La telemedicina fa progressi, ma c'è un problema: chi non parla inglese è tagliato fuori

La telemedicina fa progressi, ma c'è un problema: chi non parla inglese è tagliato fuori
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I progressi della medicina durante i due anni di pandemia da Coronavirus sono stati impressionanti: per esempio, solo qualche giorno fa vi parlavamo dei primi tessuti ossei sintetici per protesi, che potrebbero rivelarsi vitali per molti pazienti. Tuttavia, questo rapido progresso rischia di avere anche risvolti negativi a cui pochi hanno pensato.

In particolare, un'analisi di ScienceDirect spiega che la telemedicina, introdotta in maniera massiccia proprio durante la pandemia per permettere ai medici di visitare i propri pazienti in sicurezza, crea delle barriere linguistiche invalicabili per molte persone, soprattutto tra coloro che non parlano in inglese. In particolare, lo studio condotto negli Stati Uniti spiega che, lungo tutto il primo anno di pandemia, le persone che non parlavano fluentemente l'inglese hanno avuto seri problemi di accesso alla telemedicina, con il risultato di peggiorare la propria situazione sanitaria generale.

Denise Payan, docente di Salute, società e comportamento all'Università della California, che ha condotto lo studio con un team di colleghi, spiega che "per noi la domanda è: chi viene lasciato al di fuori del sistema?". La ricerca, condotta prevalentemente tra cliniche che operano con clienti di origine sudamericana e cinese, ha scoperto che i pazienti con limitate conoscenze dell'inglese tendono a servirsi meno dei servizi di telemedicina per via delle difficoltà nell'accesso alle piattaforme web come Zoom, le cui pagine web sono ovviamente scritte in inglese.

Payan spiega che "in questi casi, i pazienti si affidano al personale clinico, allo staff e ai membri della famiglia, come i bambini, che normalmente li aiuterebbero a collegarsi alle visite video". Durante i lockdown, però, anche questa possibilità è sfumata, perciò molti pazienti, soprattutto anziani, hanno dovuto imparare autonomamente a utilizzare piattaforme per videochiamate come Zoom, Skype e Teams: "il problema è che non possono fare cose come leggere le FAQ, che sono in inglese", sottolinea Payan.

Un'altra scoperta della ricerca è poi che, anche laddove vi siano traduzioni in altre lingue delle FAQ e delle istruzioni di accesso alle piattaforme, si tratta di lavori di bassa qualità e scadenti, che rischiano di confondere ulteriormente i pazienti meno avvezzi all'uso della tecnologia. Payan ha addirittura spiegato che "ho letto una FAQ in spagnolo, e ho un ottimo livello di comprensione dello spagnolo: ciò che ho letto non aveva senso, era tradotto malissimo".

Lo studio, dunque, suggerisce alle cliniche che vogliono costruire i propri tool di telemedicina e alle piattaforme di web-conferencing di pensare agli individui più fragili nel momento in cui realizzano le proprie applicazioni, rendendole estremamente semplici da utilizzare e traducendole in più lingue con il supporto di lavoratori specializzati. La domanda di Payan alle aziende della Silicon Valley è "Sempre di più, il focus della Silicon Valley è sulla diversità, l'equità, l'inclusione; è chiaro. Ma state davvero andando incontro ai bisogni di pazienti diversi tra loro?".

FONTE: The Verge
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