Il viaggio verso l'Antartide che vi farà domandare se una tragedia può avere un lieto fine

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L'uomo ha sempre sentito il bisogno di esplorare e si è sempre spinto ai "confini" del mondo per un desiderio che spesso non ha eguali. Così fece anche Ernest Schackleton, che decise di raggiungere l'Antartico e rendere testimone tutto il mondo del suo viaggio attraverso la fotografia. Tuttavia, l'uomo non sapeva a cosa stava andando incontro.

Accompagnato dall'amico e fotografo Frank Hurley, oltre ad un gruppo di marinai ed esploratori che lo avevano accompagnato in altri suoi tentativi per raggiungere il Polo Sud, Ernest Shackleton (1874-1922) partì al bordo della nave Endurance nel 1914, tre giorni prima che l'Inghilterra dichiarasse guerra alla Germania nel primo conflitto mondiale.

L'obiettivo della spedizione era raggiungere il mare di Weddel e tornare entro la fine del 1915 in patria. Tuttavia, nessuno sapeva cosa li stava aspettando.

Il 10 Gennaio del 1915, come da programma, Shackleton e i suoi uomini raggiunsero l'obiettivo primario, ma nove giorni dopo l'imbarcazione rimase incastrata nella banchisa. Per la pressione esercitata da quelli che una volta erano grandi ghiacciai, gradualmente l'Endurance cominciò a soccombere su stessa, lasciando i 28 uomini in una terra desolata e ghiacciata.

Hurley, presente sulla nave per testimoniare il grande traguardo del suo amico, si vide catapultato in uno scenario completamente diverso: quella spedizione di ricerca tanto ambiziosa era diventata una situazione in cui l'unica cosa importante era sopravvivere.

Indubbiamente, la prova fu stancante sia da un punto di vista fisico, considerate le bassissime temperature, sia a livello mentale. Nessuno sapeva quando qualcuno sarebbe arrivato per soccorrerli o se lo avessero fatto.

Hurley decise di fotografare ogni singolo momento fin quando fosse stato possibile. Immortalò sia momenti di svago, come quando gli uomini giocavano in qualche modo sopra la banchisa, sia le lunghe giornate in cui dovevano sopravvivere al freddo.

Rimasero in quel luogo fino all'8 Aprile del 1916. Con le tre scialuppe salvate prima che l'Endurance cedesse completamente, aspettarono il momento "più caldo" della stagione per poter provare a raggiungere l'isola Elefante (chiamata così per la presenza di elefanti marini e per la sua forma simile al profilo di un elefante).

In quelle scialuppe, però, non salirono tutti i negativi di Hurley, perché considerati troppo pesanti. L'uomo, in fretta e furia, riuscì ad editare solo 600 fotografie rispetto a tutte quelle che aveva scattato.

Il 15 Aprile del 1916, mentre l'Europa si trovava nel centro della Grande Guerra, Shackleton e i suoi uomini arrivarono stremati nell'isola. Tuttavia, tutti erano ben consapevoli che nemmeno in quel luogo avrebbero potuto trovare la salvezza. Di conseguenza, utilizzando la scialuppa nelle migliori condizioni, il capitano e 5 suoi uomini cercarono di raggiungere la Georgia del Sud per cercare un aiuto e mandare dei soccorsi al resto dei superstiti rimasti indietro.

Passarono quindici giorni terribili nel mare aperto, a causa delle condizioni meteorologiche estreme. Tuttavia, ce la fecero e, attraversati 30 miglia di montagne e ghiacciai inesplorati, raggiunsero la stazione baleniera di Stromness, situata nella parte opposta rispetto a dove avevano attraccato.

La spedizione si concluse in quel momento. Tutti gli uomini rimasti indietro riuscirono ad essere portati in salvo e ritornare, dopo due anni da quando erano partiti, in patria.

Hurley, arrivato nell'isola Elefante con una semplice Kodak Vest Pocket, continuò ad immortalare tutto ciò che poteva fino all'ultimo. Furono proprio le sue foto a testimoniare un pezzo della storia dell'esplorazione che, fino agli anni '60 del Novecento, venne fortemente trascurato. Le foto, quindi, si mostrano per l'ennesima volta una fonte inestimabile per lo studio della storia dell'uomo.

FONTE: History
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