La Turchia ostacola nuovamente la ricerca storica: dobbiamo preoccuparci

La Turchia ostacola nuovamente la ricerca storica: dobbiamo preoccuparci
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Nel Settembre del 2020 le autorità turche hanno ufficialmente sottratto più 108 scatole colme di campioni archeobotanici e diverse collezioni di semi moderni. Questo evento, all'apparenza, potrebbe sembrare banale, ma non è così. Esso ha delle complicazioni sia sul piano delle relazioni accademiche internazionali sia sulla politica interna turca.

Abbiamo già discusso in altre notizie sul perché l'archeobotanica sia una disciplina molto importante per conoscere come certe civiltà del passato abbiano sviluppato la propria economia di sussistenza o, più in generale, quale fosse la loro dieta. E' stato, quindi, scioccante per il mondo accademico internazionale osservare quest'ennesima mossa "meschina" del governo turco.

Secondo il reportage "Al-Monitor", le autorità di Ankara hanno formulato un piano nel 2019 che prevede la formazione di una vera e propria banca di sementi, antichi e moderni, per condurre studi genetici su questi e preservare la sopravvivenza dei prodotti agricoli locali a discapito di quelli stranieri.

Tralasciando gli scopi politici dietro questa confisca ad un'istituzione il cui unico obiettivo è promuovere la ricerca nella vecchia Anatolia e in tutte le regioni che si affacciano sul mar Nero, non è la prima volta che nascono delle tensioni tra le scelte nazionaliste del governo turco e il mondo accademico internazionale.

Holger Klein, direttore del centro per gli studi turchi "Sakip Sabanci", presso la Columbia University di New York, ha spiegato:"Negli ultimi 15-20 anni, la Turchia ha implementato una serie di misure che irrigidiscono i controlli sul come i siti archeologici vengano gestiti e a chi vadano affidati i programmi di scavo, specialmente se questi vengono finanziati da istituzioni straniere".

Gli esempi più eclatanti di intervento del governo di Ankara ai danni della ricerca storica sono stati:

  • Nel 2011, quando, a seguito di un non rimpatrio di alcuni artefatti turchi conservati al museo di Louvre, il governo di Erdoğan emanò un bando per tutti gli scavi in Turchia promossi da istituzioni francesi
  • Nel 2016, quando venne negato il permesso per due anni all'Istituto d'Archeologia austriaco per condurre degli scavi nel sito archeologico dove una volta risiedeva l'antica città di Efeso.

La scelta del governo guidato da Recep Tayyip Erdoğan, però, non va a penalizzare solo i ricercatori che provengono dall'estero, ma anche quelli turchi.

Gli scavi vengono sempre più spesso condotti da gruppi selezionati dalle autorità competenti e il loro unico compito è quello di cercare fino all'ultimo metro quadro di terreno reperti che possano essere utilizzati per scopi politici. I finanziamenti, adesso, sono diretti solo a questi piccoli team nazionali e il resto degli studiosi turchi è costretto, con i propri mezzi, ad emigrare all'estero per specializzarsi.

Come ha affermato l'archeologo Samuel Hardy, un ricercatore dell'Istituto di Norvegia a Roma:"Questi sono segnali che ci indicano come stia avvenendo una 'turchificazione' della disciplina (riferendosi all'archeologia)". La preoccupazione del mondo accademico è che questi piccoli gesti vengano compiuti per testare il terreno e osservare le reazioni dei Paesi colpiti, prima di portare avanti dei possibili interventi più seri.

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